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La pittura è mettere a tacere tutti i linguaggi e far danzare solo la vista.

Fabrizio Caramagna

 

 

Fonte immagini e testo: Wikipedia, l’enciclopedia libera.

L’incoronazione di Napoleone
Jacques-Louis David, 1807

David qui ritrae il momento dell’incoronazione di Napoleone, con ben ottanta invitati, tutte persone realmente esistite. È un contesto studiatissimo da David, per mostrare la nuova aristocrazia. Si basa sulle linee verticali che slanciano l’opera. Tutti gli sguardi si concentrano sulla corona, che Napoleone tiene alta nelle mani e sta per posare sulla testa della moglie Giuseppina. C’è una grande attenzione e minuzia nella realizzazione di tutti i particolari e nella esaltazione dei simboli imperiali.

La scena si svolge il 2 dicembre 1804 nella Cattedrale di Notre Dame a Parigi, a differenza di tutte le altre incoronazioni di re francesi realizzate nella Cattedrale di Reims (se si esclude quella di Enrico IV, avvenuta a Chartres). È questo il primo simbolo secondo il quale Napoleone era intenzionato a rompere con la tradizione delle monarchie dell ancien regime, svolgendo poi la famosa autoincoronazione che è ben visibile, col papa Pio VII seduto sulla destra benedicente e quasi impotente di fronte al gesto dell’Imperatore, tanto che quest’ultimo gli dà anche le spalle. Napoleone, al centro della scena, appare in atteggiamento quasi sacrale in quanto è monarca della legge divina ed egli stesso deve obbedienza a Dio. Il classicismo dell’ambiente, i decori e la corona d’alloro, riflettono inoltre il fascino di Napoleone per i fasti e le glorie dell’Impero romano. La presenza di dignitari, come pure la famiglia Bonaparte, mostra il supporto per il nuovo regime. Essi costituiscono la nuova nobiltà Impero (ufficialmente istituita nel 1808), una nobiltà basata sul merito. La madre di Napoleone non fu presente alla cerimonia d’incoronazione come protesta personale verso il matrimonio del monarca con Josephine. Fu Napoleone stesso che, visitando il laboratorio del pittore, gli impose di rappresentare anche la madre assente, asserendo che i posteri non avrebbero compreso la sua assenza in un momento così fondamentale per l’Impero.

L’opera è esposta presso: MUSEO DEL LOUVRE, PARIGI

 

Il giuramento degli Orazi
Jacques-Louis David, 1784

Il dipinto è tratto da una leggenda romana, secondo cui, durante il regno di Tullo Ostilio, per decidere l’esito della guerra tra Roma e Alba Longa, tre fratelli romani (gli Orazi) si dovettero scontrare con tre fratelli di Alba Longa (i Curiazi). Dei Curiazi non sopravvisse nessuno mentre dei tre Orazi uno riuscì a ritornare sancendo la vittoria di Roma. 

La scena, come già accennato in precedenza, ricalca il classico dramma poetico. David, tuttavia, non sceglie di presentare un momento cruento o tragico dell’Horace, raffigurando in conformità al gusto neoclassico la sua componente più solenne, ovvero l’attimo in cui i tre prodi combattenti, nonostante l’età e la probabile inesperienza, decidono di scontrarsi per la pace di Roma. Gli uomini presentano un braccio proteso in avanti, le gambe divaricate e tese, sono stretti in un abbraccio che denota grande forza morale e presentano sguardi e gesti molto decisi e quasi marziali: in questo modo, David infonde nel loro atteggiamento tutto l’eroismo e l’irremovibilità che precede la battaglia. Al centro della composizione è collocato invece il vecchio padre, che – in un gesto di solenne autorità – allarga la mano destra in segno di buon auspicio, mentre con la sinistra solleva in alto le tre spade lucenti che darà ai figli una volta ricevuto il giuramento. Si tratta di uno dei personaggi più centrali della rappresentazione, come indicato dal vivacissimo colore rosso del mantello, e presenta le labbra dischiuse avendo appena chiesto ai figli il fatidico giuramento: «O Roma o morte!».

Dall’altro lato del dipinto, in netto contrasto psicologico, si notano infine le donne che, rattristate dall’intera vicenda, sono avvilite e accasciate l’una sull’altra. Affrontano il loro destino con stoica rassegnazione, evitando di abbandonarsi a comportamenti di teatrale drammaticità (non piangono neppure) e dimostrando di aver compreso, quindi, l’inevitabilità della scelta dei loro uomini, che si offrono alle armi per il bene della patria. Di queste donne, in particolare, la madre degli Orazi copre i due suoi figlioli con un velo scuro, presagio di morte, mentre la figlia Camilla, con le mani riposte sul grembo, si accascia sulla cognata Sabina, che per darle forza le poggia una mano sulla spalla.

L’opera è esposta presso: MUSEO DEL LOUVRE, PARIGI

 

L’abbraccio tra Giustizia e Pace
Filippo Negretti detto Palma il giovane, 1600ca

Il momento dell’abbraccio tra la Giustizia e la Pace ritratto da Filippo Negretti detto Palma il Giovane.

L’opera è esposta presso: GALLERIA ESTENSE, MODENA

 

L’Allegoria della Giustizia
Giorgio Vasari, 1543

L’opera venne commissionata il 6 gennaio 1543 a Giorgio Vasari dal cardinale Alessandro Farnese, il quale desiderava un’allegoria dove si celebrasse la Giustizia: una volta ultimata, la tavola soddisfò pienamente il proprio committente.

Si tratta di una iconografia complessa, suggerita a Vasari da Paolo Giovio: al centro dell’opera è la Giustizia, seminuda, che abbraccia con il braccio sinistro uno struzzo, animale che per la sua lentezza e tenacia nella digestione, simboleggia la pazienza da avere nelle varie situazioni del quotidiano. Con la mano destra invece incorona la Verità: questa, presentata dal Tempo, raffigurato come un vecchio barbuto, reca tra le mani due colombe, a simboleggiare l’innocenza. Altri simboli che si ritrovano nella figura principale si rifanno a temi presenti negli affreschi della sala di Costantino e nel monumento funebre di papa Adriano VI nella chiesa di Santa Maria dell’Anima. Attaccati con guinzaglio alla cintura della Giustizia sono i sette vizi che si oppongono a essa, ossia Timore, Ignoranza, Corruzione, Crudeltà, Maldicenza, Bugia e Tradimento.

L’opera è esposta presso: MUSEO NAZIONALE DI CAPODIMONTE, NAPOLI

 


 

Calunnia
Sandro Botticelli, 1495

La complessa iconografia riprende fedelmente l’episodio originale, inserendolo all’interno di una grandiosa aula, riccamente decorata di marmi e rilievi dorati e affollata di personaggi. Il quadro va letto da destra verso sinistra: re Mida (riconoscibile dalle orecchie d’asino), nelle vesti del cattivo giudice, è seduto sul trono, consigliato da Ignoranza e Sospetto; davanti a lui sta il Livore (cioè il “rancore”), l’uomo con il cappuccio marrone, coperto di stracci che tiene per il braccio la Calunnia, donna molto bella, che si fa acconciare i capelli da Insidia e Frode, mentre trascina a terra il Calunniato impotente e con l’altra mano impugna una fiaccola che non fa luce, simbolo della falsa conoscenza; la vecchia sulla sinistra è il Rimorso e l’ultima figura di donna sempre a sinistra è la Nuda Veritas, con lo sguardo rivolto al cielo, come a indicare l’unica vera fonte di giustizia.

Dentro le nicchie si trovano statue a tutto tondo di figure bibliche e dell’antichità classica: si riconoscono una Giuditta con la testa decapitata di Oloferne dietro il trono di Mida e un cavaliere, forse Re Davide, nella nicchia centrale.

L’opera è esposta presso: GALLERIA DEGLI UFFIZI, FIRENZE

 

Trittico di Danzica (o del Giudizio Universale)
Hans Memling,1473

Il trittico si compone di un grande pannello centrale rappresentante il Giudizio Universale, di un pannello sinistro, dipinto su entrambe le facce, con la Porta del Paradiso, sul retro, il donatore Angelo Tani presso una statua della Madonna, e di un pannello destro, con l’Inferno e sul retro la Donatrice Caterina Tanagli presso la statua di San Michele.

Pannello centrale

Il pannello centrale mostra Cristo giudice che, assiso sull’arcobaleno, con i piedi su un globo (la terra) e circondato da una sfolgorante nube di fuoco, dà avvio al Giudizio. In alto quattro angeli recano i simboli della Passione (colonna della flagellazione, croce, corona di spine, lancia di Longino, spugna di aceto, chiodi e martello), mentre una spada e un giglio sono ai lati della testa di Cristo, come a indicarla per centrare l’attenzione dello spettatore sulla sua figura. Ai suoi lati, sulla stessa nube, allineati su due file in scorcio, si trovano gli apostoli, la Vergine e Giovanni Battista, mentre in basso si vede san Michele che, sulla terra, dà compimento al giudizio.

Gesù e Michele compongono l’asse verticale del dipinto, attorno a cui ruotano tutti i movimenti di personaggi, con andamenti pressoché simmetrici. Straordinario è il riflesso della scena sull’armatura di Michele, vero e proprio sfoggio virtuosistico delle impareggiabili conoscenze sul “lustro” possedute dai fiamminghi.

Al suono delle trombe angeliche, suonate dagli angeli nel livello mediano, i morti si risvegliano dai sepolcri e Michele li giudica soppesandoli con la bilancia: a destra finiscono i dannati, incalzati dai diavoli, e a sinistra i beati. un tema tipicamente medievale, quello della lotta tra un angelo e un diavolo per un’anima, è raffigurato alla sinistra di Michele. Tra i peccatori c’è chi ha avanzato l’ipotesi che possa trovarsi un ritratto di Tommaso Portinari, rivale e successore del Tani alla guida dell’istituto bancario fiorentino.

La parte bassa del pannello è dominata dai corpi nudi, che si ritrovano anche nei due scomparti laterali.

Pannello Sinistro

Nel pannello di sinistra i beati vengono accompagnati in paradiso: accolti da san Pietro e da un angelo sulla scala divina di cristallo, essi, con calma e deferenza, sono rivestiti durante l’ascesa dagli angeli e guidati alla porta del Paradiso, raffigurata come uno sfavillante portale gotico, ricco di bassorilievi allegorici, sui cui ballatoio sta l’orchestra angelica, sullo sfondo del cielo dorato dell’Empireo, che sfolgora attraverso le nubi.

Pannello Destro

In quello di destra è rappresentato l’inferno: un angelo con la tromba, fungente da raccordo con il pannello centrale, vigila sull’antro infuocato dove i dannati, in pose drammaticamente caotiche e scomposte, sono torturati dai diavoli, che li prendono con uncini e altre armi per scaraventarli nelle fiamme eterne.

La scena infernale spesso sollecitava le fantasie degli artisti nordici, permettendo di creare infinite scene grottesche e macabre, con invenzioni sorprendenti nelle fisionomie dei diavoli; Memling però, più intellettuale e sofisticato, preferì piuttosto concentrarsi sulle figure e sulle espressioni dei dannati, evitando il ricorso alla fantasia spinta dei suoi colleghi.

L’opera è esposta presso: MUSEO NAZIONALE, DANZICA

 

Trittico del Giardino delle Delizie
Hieronymus Bosch,1490

Trittico chiuso

Quando le ali laterali del trittico sono chiuse sulla parte centrale, è visibile il disegno sui pannelli esterni. Si tratta di una rappresentazione del mondo sferico, forse all’atto della creazione, resa con la tecnica della grisaglia, cioè sfumature a monocromo di bianco e grigio.

Si ritiene comunemente che nei pannelli esterni sia raffigurato il mondo nel terzo giorno della Genesi. La Terra è vista a volo d’uccello, come un disco che galleggia sopra una massa d’acqua, entro una sfera trasparente, i cui riflessi di luce si notano nel pannello di sinistra, sotto lo sguardo di Dio Padre, minutamente raffigurato nell’angolo in alto a sinistra, in trono e con una tiara papale sul, mentre regge una Bibbia in mano. Dio si trova seminascosto nell’oscurità che circonda la terra, e mostra un’espressione cupa e indecisa mentre i suoi gesti sono esitanti, quasi si rendesse conto che il mondo appena creato già sfuggiva al suo controllo. La sfera è quindi immersa nell’oscurità del cosmo, in cui si evidenzia la sola presenza divina.

Sopra l’intera figurazione si può leggere una citazione biblica, dal Salmo XXXII, “IPSE DIXIT ET FACTA SUNT. IPSE MANDAVIT ET CREATA SUNT”, ovvero “Perché egli parla e tutto è fatto, comanda e tutto esiste”.

Trittico aperto

Il trittico aperto mostra tre pannelli: a sinistra il Paradiso terrestre, al centro il cosiddetto Giardino delle delizie e a destra l’Inferno.

Pannello di sinistra: Il giardino dell’Eden

La scena è ambientata nel Paradiso Terrestre, generalmente interpretata come l’attimo in cui Dio presenta Eva al cospetto di Adamo. Egli sembra infatti appena svegliato da un sonno profondo, scoprendo Dio che al suo fianco cinge la donna per un polso e dona la propria benedizione all’unione dei due.

Pannello centrale: Il giardino delle delizie

La zona centrale del pannello rappresenta il vasto giardino “delle delizie” da cui il trittico prende nome: in questa distesa verde abbondano figure maschili e femminili ignude, circondate da enormi varietà di animali, piante e fiori; l’ambientazione non corrisponde né a quella del paradiso descritto nel pannello precedente, né a quella di un territorio terrestre. Creature fantastiche si confondono con elementi reali, frutti comuni vengono rappresentati in forme gigantesche e sproporzionate, esprimendo forti significati simbolici. Le figure sono impegnate in sfrenati giochi amorosi e varie altre attività, in coppie o in gruppi più vasti; si esprimono nelle loro azioni apertamente e senza vergogna, mostrando secondo alcuni critici una curiosità carnale tipicamente adolescenziale.

Questo pannello è divisibile in almeno tre fasce principali. Quella in primo piano, fino al fiume al centro, mostra un’infinità di nudi in vari raggruppamenti. Al centro è rappresentata in un prato “la cavalcata della libidine attorno alla fontana della giovinezza”. L’ultimo registro, il più alto e più lontano, mostra il “labirinto della voluttà, con lo stagno in cui galleggia l’enorme globo grigio-azzurro della “fontana dell’adulterio”.

Pannello di destra: l’infermo musicale

Lo sportello di destra rappresenta l’Inferno, soggetto di molti dipinti del maestro olandese. È conosciuto anche come l’Inferno musicale, a causa dei numerosi strumenti presenti, in particolare nella zona inferiore del pannello, usati come strumenti di tortura per le punizioni carnali dei dannati, inflitte da curiosi demoni-grilli; nonostante tale simbolismo sia più volte presente nelle opere di Bosch, in questo caso pare assumere un’accezione assurda e burlesca, insistendo sulla mostruosità dei tormenti demoniaci.

Il pannello mostra un mondo in cui la presenza umana è stata irrimediabilmente sconfitta dalle tentazioni del male e sconta di conseguenza una dannazione eterna. Il tono di quest’ultima sezione del dipinto si scontra fortemente con le atmosfere dei pannelli precedenti; la scena è ambientata di notte o in un mondo dal cielo oscuro, dove la beltà naturale dei due Giardini è scomparsa per far posto a immagini angoscianti di dolore e tormento.

L’opera è esposta presso: MUSEO DEL PRADO, MADRID

 

La valorosa Téméraire
William Turner,1839

La Téméraire, nave da guerra a novantotto cannoni, era stata varata nel 1798 ed era stata la nave vittoriosa alla battaglia di Trafalgar nel 1805. Rimase in servizio fino al 1838, quando fu dismessa e trainata lungo il Tamigi per essere demolita.

Turner sceglie di raffigurare proprio il momento in cui la Temeraire, immersa nella luce intensa di un tramonto infuocato, solca lentamente e silenziosamente le acque del Tamigi, trainata da un rimorchiatore, in attesa di essere distrutta. Sappiamo che si tratta del suo ultimo viaggio grazie alla presenza del vessillo bianco, issato sul pennone in sostituzione della maestosa Union Jack: si tratta del simbolo di una resa sublime e dignitosa e, allo stesso tempo, del tramonto della gloriosa tradizione della navigazione a vela, che si apprestava a lasciare spazio alle nuove imbarcazioni a vapore.

È importante notare che il principale interesse dell’artista non era narrare con precisione l’evento storico, bensì trasmettere una sensazione all’osservatore, evocare un sentimento.

Ciò che colpisce è la straordinaria colorazione del cielo al tramonto, un tributo e, al tempo stesso, un parallelo al destino della vecchia nave da guerra, che appare imbiancata, come incanutita, e pallida come un fantasma, ma con tocchi dorati che ne ricordano l’eroico passato. Tali caratteristiche sono ancora più evidenti al confronto con il più scuro e «giovane» rimorchiatore a vapore, che appare come una losca e informe massa nera che traina il romantico vascello verso il suo ineluttabile destino.

L’opera è esposta presso: NATIONAL GALLERY, LONDRA

 

Prudenza
Piero del Pollaiolo,1470

Sette Virtù vennero commissionate con un contratto nell’agosto 1469 al Pollaiolo dal tribunale della Mercanzia (l’organo che soprintendeva alle corporazioni di arti e mestieri di Firenze) per decorare le spalliere degli stalli nella sala delle Udienze della sede in piazza della Signoria.

La bottega del Pollaiolo eseguì sei dei sette dipinti previsti (Temperanza, Giustizia, Fede, Carità, Speranza e Fortezza); il settimo, la Fortezza venne eseguito dal giovane Sandro Botticelli.

Le Virtù erano collocate in posizione piuttosto alta (come cerca anche di ricreare l’attuale disposizione nella sala del museo), per questo le figure sono deformate per ottimizzare una visione dal basso, con le gambe e la parte inferiore possente e la testa e le spalle più esili, in modo da far sembrare le figure più slanciate e imponenti.

La Prudenza, intesa come la virtù che dispone l’intelletto all’analisi accorta e circostanziata per discernere in ogni situazione il bene e i mezzi adeguati per compierlo, è raffigurata con gli attributi tipici dello specchio, per guardarsi le spalle, e del serpente: derivano dalla Bibbia Sapienza, VII, 26: “La sapienza… è uno splendido riverbero della luce eterna, specchio puro dell’attività di Dio, immagine della sua bontà“) e dal Vangelo di Matteo (Matteo, X, 16: “Ecco io vi mando come pecore in mezzo ai lupi; siate dunque prudenti come serpenti e semplici come colombe“).

Il panneggio sulle gambe, rispetto ad altre Virtù della serie, è qui estremamente liscio e scultoreo, sbalzato da un profondo chiaroscuro con pieghe ampie e morbide, che rendono la consistenza della stoffa. Il trono è inquadrato entro tre transenne con specchiature marmoree ed è raffigurato con una prospettiva deformata detta “a grandangolo”, in cui i lati divergono fortemente: l’arco superiore infatti è visto dal basso, rivelando i lacunari, mentre il gradino inferiore mostra l’intera sua superficie in una visione dall’alto.

L’opera è esposta presso: GALLERIA DEGLI UFFIZI, FIRENZE